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Parassiti del Paradiso
Leonard Cohen

Ed.

Minimum Fax



 

Parassiti del paradiso, uscito originariamente nel 1966 e qui presentato per la prima volta ai lettori italiani, è una delle tappe fondamentali della produzione artistica di Leonard Cohen. 

In questa raccolta, infatti, vedono la luce i tesi di canzoni che avrebbero segnato la consacrazione del cantautore canadese, capolavori come «Suzanne», «Teachers», «Fingerprints», «The Master Song», «Avalanche». I temi di questi poesie sono quelli ben noti ai fan di Cohen: l’amore romantico e la passione sensuale, l’ironia che trasforma la solitudine in un punto di vista privilegiato sul mondo, gli echi di una religiosità tormentata. A rinnovarli costantemente c’è una lingua ricercata e ricca di suggestione, che trae la sua linfa da fonti tanto distanti quanto possono esserlo la Bibbia e la canzone folk-rock degli anni Sessanta. 

«Queste poesie possiedono il tono caratteristico di Leonard. Le migliori hanno immagini chiare e belle in sé e per sé, ma mostrano anche Cohen interpretare i suoi vari ruoli, in relazione agli altri e in solitudine. Mistico e amante, penitente e monaco. Alcune poesie sono aumentate nel mondo reale, altre in un mondo interiore che ha i tratti del mito. In questa raccolta possiamo vedere i semi del suo lavoro, i punti di partenza, le linee di sviluppo». 

dalla prefazione di Suzanne Vega 

La Repubblica



 

Da quasi cinquant’anni Leonard Cohen (Montreal, 1934) incanta il mondo con le sue canzoni con le sue poesie di ribellione e d’amore, perennemente in bilico tra la vita e l’immaginazione. La più bella e sintetica biografia di Cohen l’ha scritta Giancarlo De Cataldo nella prefazione aL’energia degli schiavi: «Perennemente incapace di scegliere fra l’ascesi imposta da un millenario retroterra mistico e la pella abbronzata delle stelline di cartapesta, ha bruciato e consumato amori, rancori, droghe e dolori.

Ha mollato l’azienda di famiglia (ramo tessile) per farsi poeta. 
Ha studiato la cabala e il Talmud ed esplorato il sesso adolescente nel lungo inverno canadese.
È partito per Cuba entusiasta di Fidel e ne è stato cacciato con ignominia per aver fatto comunella con una congrega di santi bevitori e donnine di facili costumi quanto mai invisa al moralismo di regime.
È stato “Capitan Mandrax”, il bipede semovente più fatto del sistema rock, e ha conteso a Erns Junger e William Burroughs il discutibile primato di tossico più longevo del XX secolo.
A sessant’anni suonati s’è ritirato in cima a un eremo per assistere il vecchio maestro Roshi, a quasi settanta ha riscoperto Los Angeles, la tv e il nemico pubblico numero due (dopo l’undici di settembre) dei puritani stelle & strisce: il tabacco.
Nel bel mezzo del periodo buddista ha scritto una sarcastica invettiva rivendicando la sua mai negletta appartenenza alla cultura (e alla fede) ebraica.
Il suo continuo oscilare da un estremo all’altro di due visioni profondamente contrapposte dell’esistenza ne fa un esempio unico di vita vissuta e raccontata in una “presa diretta” costantemente sopra le righe.»

 

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